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Recensione: Maya di Andrea Tanda

 

In questo romanzo Jostein Gaarder gioca con il lettore tramite il noto strumento della metanarrazione, portandolo a scegliere uno dei personaggi come punto di vista. Da sfondo, come sempre, le profonde riflessioni dell’autore, questa volta snocciolate principalmente dalla teoria darwiniana sull’evoluzione. Un geco parlante che impersona lo spirito del mondo sarà la base per ricollegare i più svariati campi del sapere - dalla filosofia e la biologia alla storia dell’arte - e del complesso intreccio del romanzo.
In una piccola isola dell’arcipelago delle Figi, Frank, un biologo evoluzionista norvegese a cui è di recente morta la figlia, cosa che ha portato anche ad una rottura nel legame affettivo con la moglie, incontra una serie di personaggi con cui dissertare sul senso della vita. I più singolari sono senza dubbio una coppia di spagnoli, i quali hanno un metodo di comunicazione privato basato su misteriosi aforismi. Soprattutto su di lei si porrà l’attenzione dei protagonisti, la giovane gitana spagnola sembra infatti nascondere un mistero, collegato alle strane frasi che si scambia con il compagno, su cui si baserà la narrazione. Sarà da un incontro casuale dei protagonisti, avvenuto a distanza di tempo in terra iberica, che prenderanno piede diverse teorie per spiegare l’irrazionale segreto.

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