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Jostein Gaarder: la vocazione del Jolly

Jostein Gaarder: la vocazione del jolly

Intervista di Luciano Minerva

“Andiamo a piedi, devo camminare, devo rilassarmi, per passare dalla conferenza all’intervista”. E così, per un po’ in silenzio, subito dopo il doppio incontro col pubblico, quello coi ragazzi prima, quello con il pubblico adulto poi, Jostein Gaarder cammina a passi lunghi e veloci per raggiungere la riva del Mincio, dove faremo l’intervista. “Non riesco a muovere la mente senza muovere il mio corpo” dice. “Per questo amo camminare in montagna,nei boschi, dovunque sia possibile”. Camminare e pensare, proprio come quei filosofi di cui ha fatto scoprire a ragazzi, adolescenti e non solo, la capacità di parlare a tutti, di problemi reali, essenziali, vicini. Quando parla, anche nell’intervista, senza mai ignorare del tutto, la presenza della telecamera, si vede insieme la vocazione del professore a spiegare, dell’affabulatore a raccontare, dell’appassionato a convincere. E uno spirito sempre divertito e giocoso, di chi si sente un po’ il jolly, quel personaggio che affiora sempre nei suoi libri.

Il viaggio occupa una parte importante nei suoi libri, tutti vivono e scoprono attraverso il viaggio. Ma il protagonista de L’enigma del solitario a un certo punto dice “È inutile che cercate voi stessi viaggiando. È meglio restare dove siete altrimenti vi perdete.” Qual è la sua vera opinione?

Forse questo è un paradosso. Non si può viaggiare e non viaggiare allo stesso tempo. Voglio dire: se una persona vive nel suo villaggio tutta la vita senza viaggiare, questo lo forma. Ma si forma anche chi viaggia. Sono due modi diversi. Si dice che noi abbiamo le radici, tutti abbiamo radici: se vivi viaggiando perdi le tue radici, Naturalmente se continui solo a viaggiare, puoi perdere le tue radici, la tua appartenenza. Quindi serve un equilibrio, per avere sia scarpe che radici. È come per i libri: va bene leggere, ma non si può leggere molto; le scarpe sono ottime ali per viaggiare, va bene viaggiare, ma si può viaggiare troppo.

Sempre in L’enigma del solitario il padre dice al figlio che è difficile cercare di capire gli esseri umani: sono in pochi al mondo e non sono organizzati in categoria. Lei sta cercando di organizzare quei pochi sparsi per il mondo e la sua Sophie foundation è qualcosa del genere?

Il Pater (così si chiama il protagonista, n.d.r.) ha vissuto molte esperienze come outsider, come un filosofo: vede le cose dove la gente non le vede. Proprio come, nella stessa storia, il jolly dell’isola. Tutti gli altri personaggi delle carte pongono domande come “chi siamo noi? da dove veniamo?” ma di questo hanno dimenticato tutto. Solo il jolly si sofferma su questo tipo di domande filosofiche. Io non credo in alcuna filosofia organizzata. Abbiamo degli esempi nella storia: lo stalinismo era una filosofia organizzata. Credo che la filosofia sia una questione di pensiero e un dialogo tra la gente. Quando ho fondato la Sophie foundation il mio proposito era diverso: era salvare le condizioni di vita sulla terra. È una fondazione che si occupa di ambiente, dà 100.000 dollari all’anno ed è un modo per sostenere persone che fanno cose importanti per proteggere le condizioni di vita sulla terra. Per quello che ne sappiamo, la terra è il solo posto in tutto l’universo dove abbiamo sviluppato un’intelligenza universale. Così quella di proteggere la vita è una responsabilità globale, un obbligo cosmico.

E dunque lei si è spostato, dopo aver posto grande attenzione alle questioni dell’essere umano, alla questione dell’essere terra.

Sono sempre assolutamente concentrato sull’essere umano, perché siamo creature straordinarie. Ma forse prima avevo più attenzione alle nostre radici culturali. Voglio dire: lei e io abbiamo radici culturali comuni, ma noi apparteniamo anche alla natura. Siamo abitanti non solo dell’Italia, ma anche dell’universo, della Terra naturalmente. Apparteniamo alla natura della Terra, quindi siamo anche esseri cosmici. Voglio dire: quando guardo fuori, nel cosmo, nell’universo, in qualche modo i miei occhi sono gli occhi dell’universo. Può essere che ci siano altri occhi nell’universo, non lo sappiamo, ma so che gli occhi, quando guardano profondamente nella luce dell’universo, guardano anche indietro alla storia dell’universo, i miei occhi sono gli occhi dell’universo.

Nel suo ultimo libro La ragazza delle arance c’è un intenso dialogo tra generazioni, in particolare attraverso una lettera di un padre al figlio. Quanto è importante raccontare storie e soprattutto chiedere storie ai propri genitori, la storia del loro amore, la storia della loro gioventù.

Naturalmente è molto importante stare insieme ai propri figli, avere del tempo per loro, avere esperienze con loro, più che scrivere loro o addirittura scrivere cose che verranno lette dopo la loro morte. Ma in questo caso, dell’ultimo romanzo che ho scritto, chi scrive è il padre che sta morendo quando il figlio ha tre anni e vuole davvero comunicare con il bambino come a un adulto. L’unica strada è scrivere una lettera per il futuro. E lui vuole davvero scrivergli della donna misteriosa che ha incontrato, è una questione che deve porre al figlio, la sola riconciliazione che può trovare prima di lasciare la sua vita. In genere credo che nella società moderna i genitori stiano troppo poco con i loro figli, abbiamo sempre meno trasmissione di esperienze tra le generazioni. Ma qui è una situazione davvero speciale. Il solo modo che ha di comunicare a suo figlio come a un ragazzo grande è scrivere una lettera.

Ne Il mondo di Sofia scrive “Finché siamo bambini siamo in grado di concepire il mondo con grande curiosità e apertura, poi tutto diventa un’abitudine”. È per questo che lei sceglie, sia come protagonisti che come pubblico i ragazzi e gli adolescenti?

Quando abbiamo 13, 14,15 anni gli ormoni cominciano una battaglia nel nostro corpo. Diventiamo adulti, ci innamoriamo, perdiamo in qualche modo lo stretto contatto che avevamo col mondo e con tutte le domande che ci ponevano quando eravamo bambini. Così per esempio Sofia riflette su questo suo passaggio del confine tra l’infanzia e l’essere adulti. E promette a se stessa di non dire addio alla curiosità dell’infanzia. Vuole diventare grande ma conservare la sua ricerca, vuole restare curiosa come prima. La ragione percui molti giovani pensano che gli adulti siano noiosi e per cui dicono: “Non voglio diventare adulto”, spesso dicono così, è perché vogliono essere giocosi, restare curiosi, vogliono porsi domande e molti genitori, molti adulti che hanno intorno hanno perso questa qualità. Quasi tutti gli adulti hanno perso in gran parte la capacità di essere curiosi, ma molti ce l’hanno ancora. La vita è una routine e devi diventare un nonno, una nonna, un vecchio per ricominciare a meravigliarti dell’enigma che rappresenta l’universo e la vita.

Lei dice che gli adulti perdono questo senso della sorpresa del gioco, poi gli adulti, nei suoi romanzi e non solo, giocano a carte: Ma anche le carte diventano un po’ un’abitudine. E così introduce il jolly. Cos’è per lei il jolly e perché nel Manifesto che conclude Maya, che è un insieme di massime filosofiche corrispondenti a tutte le carte del mazzo, mancano proprio le massime del jolly?

Per me il jolly è sempre un outsider, come Socrate, ad Atene lui era il jolly. Non apparteneva ai cuori, ai fiori, ai picche o ai quadri. Il jolly non è un asso, un due un tre o un quattro, è una categoria speciale. Però c’è anche un aspetto biografico, perché io sono nato nel ’52 e mi chiamo Jostein, le prime due lettere sono quelle di Jolly. E quando avevo 52 anni ho avuto davvero problemi di cuore, cercavo di arrivare a 53, adesso ne ho 53, dovevo trovare qui il mio jolly... no, un po’ scherzo, ma è vero. Nel manifesto di Maya ci sono 52 massime, e non c’è quella del jolly, lei ha ragione. Però nella storia c’è una massima che viene data da un nano a Siviglia e dall’altra parte della carta c’è una massima scritta dal nano, si potrebbe dire dal jolly. E il testo dice qualcosa come: “Forse questo è l’unico pianeta dell’universo che ha sviluppato una coscienza cosmica, . E non è solo una responsabilità globale, ma una responsabilità cosmica quella di preservare le condizioni di vita sulla terra”. È nel testo, è centrale, ma non c’è nel manifesto finale.

Il protagonista di uno dei suoi romanzi, Il venditore di storie, dice di aver pensato da bambino a un programma televisivo in cui dieci persone sono chiuse in una villa per poter pensare a qualcosa di utile per l’universo. Che fine ha fatto questo bambino? Si occupa ancora di televisione?

Naturalmente quando ho scritto Il venditore di storie ho pensato a una satira, questo episodio è sarcastico, vuole ironizzare sulla concezione del Grande fratello e la reality-tv. La gente guarda i programmi della reality-tv e non succede mai niente, è tutto così vuoto. Ma potrebbe essere una buona idea quella di raccogliere delle persone che sono chiuse in una casa e devono trovare qualche invenzione, qualche obiettivo per l’umanità. Una cosa c’è già, ed è la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, forse alcuni si possono riunire per stilare una Dichiarazione universale dei doveri dell’uomo, perché in futuro non possiamo fare attenzione solo ai diritti umani, dobbiamo anche puntare sulle responsabilità umane. È una vecchia concezione quella di concentrarsi sui diritti umani. O si potrebbero immaginare, come dice Petter nel romanzo, dei ruoli costruiti meglio, così almeno potrebbero creare qualche cosa che abbia valore, dignità, cosa che raramente si vede nella concezione del Grande Fratello.

Sempre ne Il venditore di storie lei dice che la produzione culturale dovrebbe apprendere un po’ dai pescatori, usare meglio l’alternanza catch and release, prendi e lascia andare.

Naturalmente Il venditore di storie è una satira. C’è una grande differenza tra l’industria culturale e la cultura. la cultura è diversa, è il contrario di questo modo passivo di presentare i prodotti culturali. Si potrebbe dire che apparteniamo a una cultura che produce molta più cultura di quella che possiamo digerire. È come quando si pesca. Si prende e si lascia. Prima tiri su il pesce poi lanci di nuovo l’amo. Non puoi prendere tutto, forse non hai bisogno del pesce. Ecco, forse la cultura è un po’ troppo “prendi” e troppo poco “lascia andare”. Probabilmente la gente lascia correre nell’intrattenimento culturale molte più idee del necessario. Dovrebbe esserci più spirito critico. Tutto quello che chiamiamo “cultura” non è così importante. Abbiamo molta più “cultura” di quella che si serve. È come in televisione. La gente si chiede spesso se la televisione è importante, se è buona o cattiva. Naturalmente è entrambe le cose: porta esperienza, ma te la porta anche via. È come l’alcool. Si dice: “prima ho bevuto dalla bottiglia, ma adesso la bottiglia mi sta svuotando”. La televisione e in genere tutta l’industria culturale ci riempie; bene, abbiamo bisogno di comunicare, ma ci può anche svuotare.

Fonte:  Rai news24

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