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Ho cominciato dalla vita per arrivare alla religione

Jostein Gaarder Ho cominciato dalla religione per arrivare alla filosofia

"Sono affascinato dalla fantasia ma mi piace ancorarla alla psicologia di un personaggio. Non amo le fiabe artificiali

Quand'ero un ragazzo ho scoperto di essere io stesso parte di un enigma, di un mistero: quello d'essere qui solo per un tempo breve"

Non capita spesso che uno scritto­re sia tanto bravo e fortunato da riuscire a confezionare un best­seller che venda 25 milioni di copie in 50 lingue!  E' successo a Jostein Gaarder con Il mondo di Sofia, il singolare ro­manzo sulla storia della filosofia che l'ha tramutato una decina d'anni fa in una stella di prima grandezza nel fir­mamento degli autori più noti e amati.

In questi giorni Gaarder è a Roma per una serie di eventi.  Nell'ambito della manifestazione organizzata dal Sinda­co di Roma leggerà questa sera, alla ca­sa delle Letterature presso la Basilica di Massenzio, un testo sul tema «Soli in­sieme».  Domani assisterà al Cinema Pasquino in Trastevere alla proiezione del film Il mondo di Sofia.  E sabato in­contrerà i ragazzi alla Biblioteca San Paolo alla Regola.  Per l'occasione ab­biamo ripercorso con lui alcune delle tappe della sua carriera letteraria, che ha seguito la stessa evoluzione del pen­siero umano: dalla religione alla scien­za, passando attraverso la filosofia.

Come mai ha cominciato scrivendo libri di religione?

«Ho insegnato religione nelle scuole superiori per molti anni, e quelli erano pensati come libri di testo. Il program­ma scolastico norvegese prevede un trattamento delle varie religioni mon­diali, naturalmente con un'attenzione particolare alle varie confessioni cri­stiane, e questo spiega ad esempio la struttura del mio Libro delle religioni».

Ma lei è religioso?

«Non direi, benché appartenga nominalmente  alla chiesa luterana norvegese. Naturalmente sono stato influenzato dalla storia intellettuale del mio paese, ma anche da altre cose: ad esempio, dall'insegnamento di Buddha, che considero un grande psicologo. Perché, naturalmente, il buddhismo è più una filosofia che una religione».

Ha anche insegnato filosofia?

«Si, in università, e per molti più an­ni. In Norvegia, secondo la tradizione medievale delle Sette Arti, gli studenti di tutte le facoltà devono studiare filo­sofia per almeno un semestre».

E anche Il mondo di Sofia è nato co­me un libro di testo?

«Prima ho scritto L'enigma del solita­rio, che narra il viaggio di un bambino che va col padre alla ricerca della madre scomparsa.  Ad Atene sente alcune sto­rie su Socrate e la filosofia greca che lo affascinano, e mi sono chiesto che cosa sarebbe successo se un bambino vero fosse tornato in Norvegia e avesse cer­cato di informarsi sull'argomento: non avrebbe trovato una storia della filoso­fia adatta alla sua età, e così ho pensato di scriverla.  Ho provato a fare un libro di testo, ma non funzionava.  Allora ho inventato la storia di Sofia e della sua ri­cerca della verità».

A proposito de L'enigma del solita­rio, perché è strutturato come un maz­zo di carte?»

«Il gioco del solitario è la vita.  I semi riflettono le divisioni della società umana.  Le carte sono le persone, che vengono usate in un gioco del quale non sono coscienti.  E il jolly è il filosofo che conosce il significato della vita e le risposte alle domande sull'esistenza che la gente non si pone».

In effetti, la gente sembra più stimo­lata da domande sugli extraterrestri che sull'umanità stessa.

«Ricorda il film di Spielberg Incontri ravvicinati del terzo tipo?  Noi ci stupiremmo se vedessimo degli extraterre­stri, ma non ci rendiamo conto di essere noi stessi degli alieni. Io mi sento un estraneo a me stesso, ogni mattina quando mi sveglio».

Come riesce a conciliare, nel suoi libro, due aspetti apparentemente contraddittori come il fantastico e  lo strut­turale?

«Io sono affascinato dalla fantasia, ma mi piace ancorarla alla psicologia di un personaggio: non amo il genere fan­tasy, tipo le fiabe artificiali, e cerco di vedere una storia come la fantasia personale di qualcuno.  Ma poiché sono anche interessato alla struttura, molti dei miei libri sono costruiti come sca­tole cinesi: storie dentro storie dentro storie».

Immagino che il numero 52, che ricorre in molti suoi libri, le serva ap­punto come impalcatura strutturale.

«Anzitutto, il  '52 è l'anno in cui sono nato!  Scherzi a parte, è un numero mul­tiuso.  Ad esempio, 52 sono le carte di un mazzo e le settimane di un anno, e L'e­nigma del solitario sfrutta entrante le interpretazioni: l'uomo dell'isola co­struisce un suo calendario di 13 mesi, ciascuno di 28 giorni, per un totale di 364 giorni.  E se si prendono le carte di un seme e si sommano i loro valori, da 1 a 13, si ottiene 91, che moltiplicato per i 4 semi del mazzo dà di nuovo 364.  Manca un giorno per completare l'an­no, che naturalmente corrisponde al jolly.

Anche la parola "enigma" compare in più di un titolo dei suoi libri, da L'e­nigma del solitario a In uno specchio, in un enigma.

«Quand'ero ragazzo ho scoperto di essere io stesso parte di un enigma, di un mistero: quello di essere qui solo per un istante, un breve intervallo di tempo. Questo pensiero ritorna in molti miei libri, e dà anche il titolo a Vita brevis».

Nel suo ultimo libro, Maya, lei sem­bra anche essersi avvicinato a molte problematiche scientifiche.

«Sono andato alla ricerca delle no­stre radici biologiche.  E mi sono chiesto se la nostra coscienza sia solo un caso, come gli scienziati sono soliti credere.  Forse la vita e la coscienza sono una parte essenziale dell'universo, tanto quanto le galassie e le stelle».

Ha mai sentito parlare del Principio Antropico?

«No».

Si tratta, appunto, dell'idea che le condizioni iniziali dell'universo dalle quali possono derivare la vita e la co­scienza sono tanto improbabili, che magari non sono frutto del caso.

«Certamente l'idea mi suona familiare, ma non sapevo che fosse addirittura una teoria  scientifica».

In Maya rie cheggia anche la teoria del "gene egoista", secondo cui non sono i geni a permettere la ripro    duzione degli organismi, ma viceverssa.

«Ho letto Il gene egoista di Dawkins, che ho trovato un libro molto intelligente. E accetto completamente ciò che le scienze naturali ci dicono a proposito del nostro passato e della nostra evoluzione.  Mi sembra però che manchi qualcosa.  Ad esempio, nel libro di Monod Il caso e la necessità l'universo non è mai stato gra­vido di vita, e la biosfera non è mai sta­ta gravida di esseri umani: tutto è solo un'enorme coincidenza.  Ma come possiamo esserne così sicuri? Io, personalm­ente, direi l'esatto opposto: non mi sento di accettare che tutto sia una coincidenza».

Ho trovato un'altra assonanza tra il suo ultimo romanzo e la scienza mo­derna nell'idea di Wheeler che l'uni­verso diventa autocosciente attraver­so di noi.

«Lo diceva anche il mistico cristiano Maestro Eckhart: "l'occhio che guarda l'universo è l'occhio stesso dell'universo”.

Cioè l'uomo è il sistema sensoriale dell'universo.

«Esattamente.  Lei l'ha riformulato in maniera ateistica, ma devo ammettere di essere d'accordo.  Noi di solito dicia­mo "io sono nel mondo", ma potrem­mo anche dire "io sono il mondo"».

Gli Induisti dicono appunto tat tuam asi, "tu sei quello".

«Certo, nelle Upanishad.  Ma l'espe­rienza dell'unità col mondo si trova in tutti i misticismi».

E non solo.  Ad esempio, sta anche nel controverso epilogo del famoso li­bro Che cos'è la vita? di Schrödinger, che provocò in origine il rifiuto dell'e­ditore.

«Sembra scioccante, ma è una sem­plice verità: il mondo siamo noi. O al­meno, noi siamo una sua parte essen­ziale».

Fonte: SWIB

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