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Intervista su "La ragazza delle arance"

Conosciuto nel mondo intero come l’insegnante di filosofia che tutti avrebbero voluto avere, l’autore del Mondo di Sofia ha saputo rinnovare negli anni la gamma degli argomenti con cui intrattenere i suoi milioni di lettori: in quest’ultimo romanzo, La ragazza delle arance si parla fra l’altro di astrofisica, e non a caso, perché il romanzo è incentrato su una lettera che arriva al giovane protagonista da una distanza più che siderale: è suo padre, morto da una decina d’anni, a scrivergli per raccontargli le vicende della sua vita terrena.

Da quale elemento ispirativo è nato quest’ultimo romanzo?

 Il primo spunto per questo romanzo è stata l’idea di un giovane padre malato terminale, che guardando il cielo stellato s’impaurisce per la brevità della sua vita di fronte all’immensità dell’universo, e decide di scrivere al figlio di tre anni una lettera, con l’intento di fargliela trovare molti anni dopo, per comunicare con lui a distanza, dirgli chi era suo padre e che tipo di eredità morale voleva lasciargli. Da un po’ di anni in qua, sono soprattutto i misteri della natura e dell’universo ad affascinarmi, come si vede in libri come C’è nessuno? e Che cosa c’è dietro le stelle?: non ho abbandonato la mia formazione filosofica, diciamo che ho sviluppato un approccio di tipo epistemologico.

Il racconto del padre è imperniato soprattutto sui suoi incontri con la misteriosa “ragazza delle arance”, un percorso iniziatico in cui la nascita dell’amore si sviluppa un po’ come una caccia al tesoro.

 Ho voluto descrivere l’incanto dell’innamoramento, quando si divide l’umanità in due categorie: l’essere amato e tutti gli altri. I critici norvegesi hanno detto che questo è il mio libro più “personale”, ed è vero, ma non in senso autobiografico: sono stato innamorato e sono padre, quindi ho scritto di sentimenti che mi sono propri, anche se non ho niente in comune con le vicende raccontate. Del resto sono sentimenti in cui i lettori stessi possono riconoscersi.

L’incontro determinante tra il protagonista e “la ragazza delle arance” avviene a Natale. In molti suoi libri, come L’enigma del solitario e Il venditore di storie, il Natale è una data importante, per non parlare del Viaggio di Elisabeth, che addirittura conduce il lettore fino alla grotta di Betlemme. Dato che i suoi libri escono in prossimità delle feste, dobbiamo pensare a un espediente di marketing?

È una coincidenza, le assicuro! È vero che il Natale ricorre frequentemente nei miei libri, ma questo è dovuto alla forza del simbolo. Soprattutto per noi scandinavi, sepolti nel buio e nel freddo per tutto l’inverno, il Natale è la festa che dà luce, calore e compagnia, quello di cui sentiamo più il bisogno. E poi è la festa della famiglia, e i miei libri sono destinati appunto alle famiglie, sono da leggere e possibilmente da commentare insieme.

Dalla Norvegia, i due innamorati si ritrovano in Spagna: è un messaggio “europeo”, nel senso che le diverse culture dell’Europa possono integrarsi e arricchirsi reciprocamente?

Io sono sempre stato un tenace europeista. Amo non soltanto le diversità culturali, ma anche quelle naturali dell’Europa. Le arance sono il simbolo dell’Europa mediterranea, del sole, della gioia di vivere.


Di Daniela Pizzagalli

Fonte: www.wuz.it

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