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Una lettera dall'aldilà

Una delicata storia d'amore tra due giovani che si incontrano, si innamorano e si amano, ma anche l'amore di un padre per il figlio raccontato attraverso una lettera scritta undici anni prima. Una sorta di testamento morale in cui Jan Olav racconta la sua storia d'amore con la ragazza delle arance al figlio Georg, che scopre ben presto, leggendo la lettera, di essere il frutto di questa unione. Un racconto attraverso il quale la voce del padre raggiunge il figlio da lontano facendolo riflettere sul senso della vita. Un libro che parla di morte ma che allo stesso tempo è un gioioso inno alla vita. Abbiamo parlato di tutto questo con l'autore.


D. La ragazza delle arance parla della morte ma è un inno alla vita. Pensa che nella società moderna si pensi poco alla morte e che questo rifiuto di parlarne, di considerarla come elemento fondamentale della vita stessa, alla fine abbia effetti negativi sulla percezione che noi abbiamo della nostra esistenza?

R. È impossibile rendersi conto di vivere senza avere coscienza allo stesso tempo che un giorno si dovrà morire. Sono come due facce di una stessa medaglia. Faccio parte di questo fantastico mistero e un giorno me ne andrò. Il prezzo da pagare se si rifiuta di accettare che la vita non è eterna è che si sopprime una vera esperienza della vita, non si sperimenta veramente cosa significa essere vivi.

D. I temi e le chiavi di lettura di questo suo nuovo romanzo sono molteplici: l'amore, il dolore per la perdita di un affetto, la malattia e la sofferenza, il dialogo tra differenti generazioni, la vita e la morte, gli affetti familiari, le passioni. Quale ritiene sia la componente più importante della storia, il tema portante del romanzo?

R. Si può anche dire che questa è una storia sulla nostra posizione nell'universo. Per essere un po' autoironico si potrebbe affermare che questo è un romanzo su "la mer", "la mort", "l'amour". Una volta era l'oceano a rappresentare l'infinito, oggi invece dobbiamo sostituirlo con l'universo come simbolo dell'infinito in quanto adesso l'oceano si può facilmente attraversare e ha perso quindi tutto il suo romanticismo. Stando qui seduto a pochi metri dal Teatro alla Scala direi che questo romanzo ricorda anche l'opera: amore e morte sullo sfondo di un universo infinito.

D. Georg, il protagonista del romanzo, la voce narrante, ha perso il padre da piccolo. Pensa che la figura paterna sia fondamentale nell'educazione dei figli?

R. Assolutamente sì, penso che molti giovani d'oggi vorrebbero avere un padre più presente e molto spesso sono invece le madri a dover svolgere entrambi i ruoli nell'educazione dei figli.

D. Da sempre Lei affronta nelle sue opere quelle che sono considerate le grandi domande della vita. Ritiene veramente che la filosofia possa aiutarci a capire meglio la vita? Anche in una società ipertecnologica e apparentemente priva di riferimenti etici come la nostra?

R. Certo la filosofia può aiutare, anche lo stare più tempo vicino alla natura lasciandosi alle spalle la città penso che possa favorire un avvicinamento all'esistenza in senso tale. Socrate diceva che doveva vivere ad Atene perché gli alberi della campagna non potevano insegnargli nulla. Io non sono d'accordo. Ogni filo d'erba mi insegna qualcosa.

D. Il senso dell'esistenza e le domande sulla vita sembrano collegare questo romanzo a Il mondo di Sofia. Considera questa Sua nuova opera un'ulteriore tappa di uno stesso percorso o semplicemente è una nuova storia con contenuti e tematiche diverse?

R. Credo che la differenza stia nel fatto che, quando l'ho scritto, Il mondo di Sofia faceva parte di un progetto didattico, pedagogico, mentre La ragazza delle arance è una storia, un romanzo. Molti dei miei libri sono filosofici ma ho scritto un solo libro di filosofia.

D. L'amore del padre di Georg per la ragazza delle arance è un amore totale, che supera le dimensioni dello spazio e del tempo. Lei crede nell'amore eterno?

R. Credo in quello che chiamiamo il grande amore ma non penso che sia un qualcosa che ci capita addosso, piuttosto un qualcosa che si costruisce insieme giorno per giorno. Sono sposato da trentuno anni e ne sono orgoglioso soprattutto in questi tempi moderni.

D. Quale pensa sia il lettore ideale per La ragazza delle arance: le donne, gli adulti in genere, o, soprattutto, i ragazzi?

R. Quest'ultimo romanzo, come la maggior parte dei miei libri, è stato pubblicato in Norvegia in una collana per giovani lettori ma sono felice di constatare che è letto da molti adulti, anziani e da un pubblico ampio.

D. Una storia dentro un'altra storia, come in un gioco di scatole cinesi. La ragazza delle arance ha tre autori: lo scrittore, cioè Lei, il protagonista e voce narrante Georg e suo padre, l'autore della lettera. Da dove nasce l'uso, nei Suoi romanzi, di tecniche narrative particolari?

R. Il concetto è corretto, spesso ci sono scatole cinesi, differenti voci e storie, ma non sempre ho una spiegazione per il fatto che sono costruite in questo modo. Quando si hanno due diverse voci o due differenti narratori è un po' come se si riproducesse nella scrittura l'effetto del contrappunto in musica. Quando ci sono due melodie suonate contemporaneamente l'effetto che si ottiene dal sovrapporsi di queste due voci è uno più uno che dà qualcosa di più di due. In questo romanzo la storia raccontata dal padre è una storia che starebbe in piedi da sola ma il fatto che ci sia il figlio a leggerla e la sua reazione producono un effetto di contrappunto che è più forte per quanto riguarda l'impatto sul lettore.

Intervista a cura di Valentina Trevisi

 

Fonte: Infinitestorie

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